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OPINIONI - LA POESIA DELLA CACCIA ALLA TROTA

Di Michele Marziani (del 04/03/2006 @ 22:07:21, in Opinioni, letto 24012 volte)
Appena comincerà a scaldarsi un po' l'acqua comincerà la stagione vera della pesca alla trota. Finora sono andato solo due volte: in torrenti di fondovalle dove sono state immesse le solite trote adulte per l'apertura. Dalla prossima uscita me ne andrò altrove, nel silenzio dei riali e dei fossi dell'Appennino. Lontano dal caos dei fondovalle, dalle trote d'immissione, dalle zone regolamentate, dai no-kill (se voglio rilasciare il pesce lo decido io), dalle riserve più o meno turistiche. Andrò dove si corre il rischio di non prendere niente, ma dove una trota è in grado di dare la felicità. E anche un cappotto ha un sapore diverso. Qualcuno si chiederà: ma come? Non sei tu che hai scritto per tanti anni della necessità di creare zone di pesca più o meno turistiche e immettere trote adulte?

Sì è vero. E lo penso ancora. Le zone dove ci sono le trote immesse hanno senso, sono importanti perché sono una valvola di sfogo, una possibilità di stare in compagnia, di divertirsi, di dare un'occasione di cattura a tutti. Però, a livello personale, non mi interessano più. Ne ho prese tante di trote così che ho voglia di andare a cercare dell'altro. Una pesca più semplice, più naturale, anche se più difficile. Ho voglia semplicemente di gironzolare per fossi, riali e torrentelli. L'essenza della pesca alla trota credo si possa trovare solo lì: nel silenzio e nelle difficoltà d'incontro con pesci selvatici e selvaggi. Non dico naturali, perché spesso si tratta di salmonidi nati da scatole Vibert o immessi allo stadio di avannotto. Dico però pesci veri, di quelli che se ne infischiano se voi siete lì per pescarli, se volete fare il cestino, se avete voglia di vedere la canna piegata. Esistono ancora trote e torrenti come questi?

Sì, ce ne sono tantissimi. Soffrono dell'incuria dell'uomo, a volte del bracconaggio, oppure della penuria d'acqua, ma esistono. Nell'Appennino a cavallo tra le Marche, la Toscana e la Romagna, i luoghi dove per vicinanza geografica mi reco a pescare più spesso, ci sono decine e decine di corsi d'acqua dimenticati, scarsamente frequentati, quasi sconosciuti, dove si prendono trote cresciute sul posto, bellissime, con pinne perfettamente sviluppate. Pochi esemplari da sogno che ripagano di qualunque fatica. Eh sì, perché pescare in questi luoghi non richiede grandi capacità tecniche, da "campione". Semplicemente richiede fatica. Si tratta quasi sempre di posti da raggiungere a piedi, facendosi lunghe scarpinate. Ma poi siete lì, lontano dal mondo, dove potete incontrare l'istrice o vedere qualche ungulato abbeverarsi al fiume. All'alba il freddo si fa ancora sentire e intorno tutto sembra sospeso nell'aria frizzante del mattino. Siete qui per pescare, ma è ancora presto. Lanciate ugualmente il vostro rotante (basta un semplice cucchiaino rotante per prendere le trote) e risalite il corso del torrente, passo dopo passo, pozza dopo pozza. "Non c'è niente...", direbbe buona parte dei pescatori frettolosi. Voi resistete. Lanciate, fate passare l'esca ai margini di una buca scavata nel sottoriva ed ecco uscire dal nulla un missile, un'ombra, una trota! E' un attimo, un secondo, dovete ferrarla, cominciare la lotta, ma non riuscite a muovervi tra la vegetazione. Vi piegate, la portate a riva inciampando sui rovi, riuscite ad afferrarla. Ecco la vostra preda: sfilata, magra, con la testa grossa e le pinne lunghissime, i bollini rossi appena accennati. Un colpo secco sulla nuca, non si può far soffrire un pesce così. La guardate ancora un attimo e la mettete nel cestino. A sera, ne porterete a casa tre, quanto basta per arrostirle e godere di una carne inimitabile. Assieme alle fario porterete a casa sensazioni e ricordi indimenticabili. Sentirete i muscoli tirare come dopo qualche partita di calcio giocata da bambini. Apprezzerete il calore del bicchiere di vino rosso che vi serviranno al primo bar sulla via del ritorno. E riderete anche voi quando vedrete la cameriera sorridere dei vostri capelli arruffati: avete finalmente tolto il cappello, siete usciti da una grande e indescrivibile avventura. Incontrerete altri pescatori. Quelli che si lamenteranno perché non hanno seminato abbastanza e anche quelli capaci che mostreranno le loro prede grasse e spinnate, fino a ieri cresciute in vasca. Non mostrate le vostre, forse non le capirebbero. Cominciate solo a sognare un altro fosso e un'altra avventura. Dobbiamo tutti fermarci un attimo e cominciare a ridare un po' di poesia alla pesca e a quella alla trota in particolare.

E la tecnica? L'attrezzatura? Non ci vuol nulla di molto costoso per prender le trote: una canna che lanci bene artificiali leggeri, un mulinello con l'archetto che si chiude al primo colpo, del filo che non si imparrucchi, un po' di rotanti del n. 1 e 2 (da 3 a 6 gr, milligrammo più, milligrammo meno). Ci vogliono cose che non si comprano, s'imparano sull'acqua. Serve il mimetismo perché la trota vera ha paura di tutto e in particolare dell'uomo. Mimetismo che non significa vestirsi come un albero (che comunque non guasta...), ma avvicinarsi in silenzio, senza camminare nell'acqua, stando bassi e nascosti e compiendo movimenti estremamente misurati. Calma e precisione, come nelle discipline orientali. Bisogna saper leggere l'acqua. Capire dove vive la trota. E poi ci vuole allenamento. Nelle gambe per camminare a lungo in montagna. Nelle braccia e nell'occhio per lanciare con precisione estrema: un lancio sbagliato non ammette repliche.

Cercate i riali dimenticati delle nostre montagne e perdeteci le vostre giornate. Se poi non prendete nulla fregatevene, succede a tutti. Ma non in posti così belli....
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