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OPINIONI - LA MIA PRIMA VOLTA

Di Michele Marziani (del 09/03/2006 @ 23:15:40, in Opinioni, letto 21104 volte)
Quell'anno, forse il 1975, l'apertura della pesca alla trota cadeva di marzo. Ed era un evento insolito, dettato dal fatto che l'ultima domenica di febbraio sarebbe stato senz'altro troppo presto per permettere alle trote di completare il ciclo riproduttivo. Per me fu una grande fortuna perché, una settimana prima dell'apertura neppure ero a conoscenza dell'esistenza delle trote. La mia famiglia si era trasferita da pochi mesi a Gozzano, paesino del Novarese famoso, forse, per le sue rubinetterie. Venivamo dal mare. La mia canna da pesca serviva a rimediare paganelli dalla palata del molo. L'inizio della scuola aveva assorbito tutti i miei interessi. La fine di febbraio però successe qualcosa: uscii di casa e decisi di entrare, non senza timore, nel negozio di articoli di caccia e pesca. Ne avevo ovviamente saggiato la vetrina nei giorni precedenti, sbirciato sotto le spesse lenti da bambino astigmatico (e ipermetrope) tutti i prodotti in mostra. Avevo notato che il negoziante sembrava simpatico e che a dare una mano, ogni tanto, c'era un ragazzino appena più grande di me.
Entrai nel negozio portando con me la canna da pesca e avvertii il proprietario squadrarmi da cima a fondo, come per capire se potevo essere un buon investimento, mentre mi domandava con un sorriso cosa avessi bisogno. Alla canna da pesca diede solo un'occhiata distratta, al contrario di tutti quelli, in paese, che mi avevano guardato con curiosità durante il tragitto casa-negozio. Domandai che cosa e come si poteva pescare nei dintorni di Gozzano. Il negoziante mi spiegò con calma che la domenica successiva ci sarebbe stata l'apertura della pesca alla trota sul torrente Agogna. Mi disse che avrei dovuto fare la licenza di pesca e che, volendo, ci avrebbe pensato lui. Aggiunse che la mia canna, un po' corta, poteva comunque andare bene per iniziare. Mi diede delle indicazioni tecniche che si scolpirono nel mio cervello come i comandamenti: filo dello zerodiciotto sul mulinello, finale del sedici lungo venticinque centimetri, amo del sette, due olivette da montagna sulla lenza e un lombrico per esca. Acquistai tutto, compresi i lombrichi. Pensavo che i vermi i pescatori li dovessero andare a cercare nei campi, invece no, scoprii in quel pomeriggio di febbraio che si potevano acquistare in negozio, conservati nei barattolini dello yogurt. Non sapevo che le trote si pescano all'alba. Così alla prima apertura della pesca alla trota della mia vita - quel fatidico primo di marzo - mi recai sul torrente Agogna nel pomeriggio. Non avevo mai visto un torrente così da vicino e, soprattutto, non l'avevo mai visto d'inverno con il luccichio della luce riflessa, quasi gelida, con appena un po' di rossore di sfondo in prossimità del tramonto. L'acqua varia dal blu cupo al grigio, il freddo entra sotto l'eschimo e il berretto di lana. E' troppo fredda l'acqua, con i ghiaccioli pendenti dai rovi sulle sponde, per immaginare che possa viverci un pesce. Tutto intorno era un andirivieni di pescatori bardati di tutto punto, nella divisa tipica dell'apertura, con il passamontagna, gli stivaloni a coscia e il cestino di vimini. Io senza passamontagna avevo freddo, sull'altra riva alcuni pescatori avevano acceso un fuoco. Ma senza stivaloni sull'altra sponda non si poteva andare. E, a guardarmi bene in giro, non potevo andare quasi da nessuna parte. A sinistra vedevo una cascata ribaltare acqua schiumosa in una grossa buca. Davanti a me l'acqua scorreva lambendo la riva opposta dove scavava una profonda voragine di colore scuro, cupa, buia. Infilai sull'amo, alla meno peggio, il lombrico preso dalla scatola dello yogurt. Deposi la lenza all'ingresso della lama, dove l'acqua turbinava ancora, lasciai aperto il mulinello e la corrente si impadronì del filo fino a portarlo sotto alla caverna, alla voragine cupa che si apriva sulla sponda opposta. Fu un attimo. L'attimo che cambiò la mia vita. Sentii un colpo secco, poi un altro, tirai e avvertii dall'altra parte della lenza qualcosa di vivo, di guizzante, di... Non lo so. Fu a riva in pochi minuti. L'afferrai, la stesi su un sasso bianco, stavo sudando, non era più freddo. Era di un colore scuro, tra il grigio e il verde, con la pancia gialla e con alcuni stupendi puntini rossi che le adornavano i fianchi. Era una trota, la prima trota della mia vita. Sentii battere forte il cuore e una voce da dietro che si complimentava per la bella cattura. Era un pescatore adulto, grande, un "vero" pescatore. Così almeno apparve ai miei occhi. Mi spiegò che quella trota si chiamava "fario" e che quel giorno ero stato tra i pochi a prenderne una. Troppo freddo e troppi pescatori. Infilai il trofeo in un sacchetto di plastica e me ne tornai trionfante a casa, attraversando a piedi il paese e mostrando la trota a chiunque mi chiedessi notizie della giornata di pesca. Incontrai anche il Negri. Andavamo a scuola assieme ma non ci salutavamo neppure. Come figli di una regola non scritta io appartenevo a quella che allora si chiamava borghesia (seppur piccola), suo padre lavorava in fabbrica. Non potevamo aver niente in comune. Il Negri guardò la trota, mi fece cento domande, mi disse che né lui né suo padre avevano catturato nulla. Avevo soggezione, paura, dei compagni di scuola più svelti nelle faccende sportive come in quelle di pesca e di ragazze. Il Negri era uno bravo in tutte queste questioni. Arrivai a casa portandomi dietro anche la sua ammirazione. Stesi la trota su un piatto di portata, la lasciai in vista, raccontai all'infinito ai miei genitori quella giornata di pesca. Misi finalmente in frigo il pesce, ma qualcosa nella mia vita era cambiato. Non sapevo identificarlo, ma lo avvertivo.
Quella notte non dormii, mi alzai decine di volte a vedere il pesce nel frigo e decisi: sarei diventato un pescatore di trote.
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