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OPINIONI - IL RESTO SONO TUTTE BUGIE

Di Michele Marziani (del 09/03/2006 @ 23:26:24, in Opinioni, letto 23477 volte)
Scendo lungo un sentiero sempre meno segnato il crinale che porta al torrente. E' un riale alpino, come tanti a nord est: acqua limpidissima, livelli ballerini a causa di sbarramenti e prese idriche varie...
Arrivare in fondo è già fare della strada. Ecco perché so che non incontrerò nessuno. Quando ero ragazzo, negli anni Settanta, qui ci si veniva all'alba, anzi con la torcia e il buio, per essere certi di arrivare per primi. Oggi qualsiasi ora è buona. Dove c'è da camminare e far fatica a pesca non ci va più nessuno. Il primo lancio lo faccio accovacciato di fronte ad una buca stretta e lunga, poco profonda, con l'acqua cristallina. Vedo uscire la fario, è piccola, riesco al volo a non farla abboccare. Le prime tre sono davvero piccine, da rilasciare, uno spettacolo di pinne e puntini rossi ovunque. Trote vere, trote del posto, pesci che non semina nessuno. Che ci sono perché qui le fario ci sono state sempre. Smetto di pescare, chiudo la canna: è inutile ferire trotelle e il catch & release non mi piace. Sapere di potere, o altrove dovere, liberare i pesci non mi libera la coscienza dall'inutilità di ferire una trota sapendo di poterlo evitare. Risalgo lungo i massi scivolosi, mi trattengo di fronte a promettenti correntine, guardo il bosco e la parete a picco sul torrente. Non c'è nessuno qui, non viene mai nessuno. I pescatori sono altrove. Qualcuno, sempre meno, lungo i fiumi nei posti dove si parcheggia l'auto dietro la schiena, si scende e si pescano pesci gettati il giorno prima. Magari nei no-kill, dove le trote vengono buttate copiose per la gioia di una masturbazione permanente: prendi e lascia, sempre gli stessi pesci, sempre più stressati. Altri pescatori, molti, si trovano lungo le sponde dei laghi a pagamento che sono dei parchi tematici dedicati alla pesca dove la natura è selvaggia come nei giardinetti della stazione.
No, non tutti i luoghi sono uguali, non tutti i pesci sono uguali. La pesca è altro. La pesca è qui, dove c'è il passaggio del capriolo sul fiume, dove vedo il verde bottiglia dell'acqua diventare cupo e rimonto d'istinto la canna, striscio dietro un masso, lancio dove l'acqua cade e fa la schiuma ed esce una fario nera, nervosa, piroettante che giunge a riva in tutta la sua possente bellezza. Trenta centimetri di puntini rossi e neri, un piccolo miracolo della natura. Un colpo secco alla nuca e via nel cestino. Finirà con burro e salvia. Cinque ne tengo, ma non ne pesco di più per rilasciarle. Questo è quello che mi dà il torrente. Poi cammino senza pescare, sento l'aria che rinfresca, ormai è settembre, la fine della stagione. Il sole abbandona la stretta gola del torrente, scendo piano piano, sento il profumo di fungo e d'autunno. Risalendo dal torrente piccoli segni di una civiltà che scompare: la legna stipata di fianco alle baite per far fronte all'inverno, l'ultimo fieno ammucchiato a seccare. C'è un mondo che sta scomparendo, con questo mondo, secondo me, scompare la pesca. Almeno quella che conosco io, quella che ho amato e che amo, fatta di alzatacce all'alba, di sgambate lungo i fiumi, di bicchieri di vino a sera e di pesci cucinati o affumicati perché il pescato è un piacere anche in tavola. No, non sono contro il rilascio delle catture, ci mancherebbe. Sono contro alle persone che non amano i pesci, che li prendono solo per il gusto di rilasciarli, che non hanno senso della misura. In certi no-kill si prendono e mollano trote o carpe o altro a decine di esemplari. Che nausea. Un pesce è uno, è un esemplare, ha una storia, una vita sua. Lo prendi, lo guardi, decidi che sì, sarà per la prossima volta e lo lasci andare. Oppure decidi che no, che stasera finisce arrostito. A cinquanta pesci al giorno non c'è amore, non c'è scelta, è una catena di montaggio. Come quella con la macchina dietro la schiena e i pesci buttati un'ora prima: non è pesca, è un videogame, è finzione, è una soap opera della natura. La pesca sta finendo, dicono in coro preoccupati i dirigenti delle associazioni, Fipsas in testa, e i produttori di canne e mulinelli. Sì, la pesca sta finendo, perché nessuno ama più pescare davvero. Perché nessuno dice che per essere bravi pescatori bisogna imparare ad amare la natura, seguirne i percorsi e le stagioni, alzarsi all'alba, infilarsi di notte in mezzo alle zanzare, camminare per ore alla ricerca di un torrente perduto, collezionare insuccessi per catturare la propria moby-dick. Pescare significa leggere l'acqua. E avere l'umiltà di imparare, di ascoltare quello che il fiume, con i suoi pesci, sa dire al cuore. Il resto, per me, sono tutte bugie.
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